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Il territorio e il rischio

Frane, alluvioni, terremoti e mareggiate colpiscono con notevole intensità e ricorrenza il nostro paese, nel quale sono morte nell'ultimo secolo a seguito del solo evento sismico 120.000 persone. Secondo dati ufficiali in Italia il 70% del territorio è esposto a rischio sismico, il 50% a rischio alluvione, il 30% a rischio frana; globalmente il 20% del territorio è considerato ad alta pericolosità, cioè esposto al rischio di un evento dannoso nel corso di un secolo.
Occorre considerare, inoltre, che nel nostro Paese il 40% della popolazione vive in aree a rischio sismico, nelle quali il 64% degli edifici non è costruito secondo norme antisismiche, 2.000.000 di persone vivono in aree a rischio vulcanico, i centri abitati da consolidare o trasferire per rischio frana sono più di 5.000 (erano 1.629 ai sensi della legge 445 del 1908).
I fattori che concorrono alla determinazione del rischio sono:
  • la frequenza dell'evento, cioè la probabilità di accadimento di un fenomeno distruttivo in un determinato luogo ed in un intervallo temporale prefissato
  • l'intensità con cui l'evento si verifica
  • l’esposizione, cioè l'entità dei valori economici a rischio
  • la vulnerabilità, cioè il grado di danno a parità di evento.
Relativamente a questi fattori esistono mappe di classificazione del territorio in termini di pericolosità espressa come intensità dell'evento previsto e di tempo di ritorno attesi; non è invece possibile stabilire il momento e il luogo in cui l'evento si verificherà.

Con riferimento a tali fattori il rischio negli ultimi decenni è notevolmente aumentato perché è aumentata l’esposizione complessiva al danno.
Lo sviluppo economico e l’espansione delle aree urbane nell'ultimo secolo hanno visto la progressiva occupazione di aree sempre più esposte ai pericoli di frane, alluvioni, mareggiate, attività vulcanica. Questa progressiva espansione è stata spesso accompagnata dalla mancanza di memoria storica, da fatalismo, da esigenze economiche, da un’eccessiva fiducia nelle tecnologie.
Fino alla fine del XIX secolo, come testimoniato dalle carte topografiche dell’epoca, le coste ed i fondovalle, anche per ragioni igienico-ambientali, erano quasi totalmente disabitati; i centri abitati, soprattutto quelli piccoli e di impianto medievale, erano ubicati in aree relativamente più solide. Il pericolo maggiore per la collettività derivava dai sismi.
La prevenzione era lasciata al buon senso ed alla memoria delle popolazioni. Di conseguenza i luoghi più a rischio erano lasciati, nei limiti del possibile, disabitati.
Dal dopoguerra in poi si è costruito comunque e dovunque: in maniera regolare ed abusiva, bene e male. Una serie di condoni ha regolarizzato anche situazioni ad alto rischio.
Il rischio sismico deriva, oltre che dalla probabilità dell’evento, dalla tipologia costruttiva: in Italia più del 50% degli edifici è stato realizzato prima delle normative antisismiche. Quelli costruiti dopo non sempre rispondono ad accertate situazioni di pericolosità, poiché in Italia ci sono ancora vaste zone che, pur essendo di fatto sismiche, non sono ancora state classificate tali.
Oggi la soglia di rischio socialmente accettabile si è abbassata sensibilmente, si avverte quindi l’importanza dello studio dei fenomeni e la necessità di conoscere le aree esposte al rischio, si pretendono misure di prevenzione, ci si vuole cautelare rispetto ai possibili danni.
I Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), previsti dal D.L. 180/98, hanno introdotto la valutazione del rischio, in termini soprattutto di gravità del danno atteso, costituendo un notevole passo avanti nella conoscenza e nella caratterizzazione del territorio.
I Piani, a conferma di quanto già noto, mettono in luce la grande diffusione di aree a rischio. In tutti i casi il rischio sul territorio da catastrofi naturali rimane economicamente pesante.