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La valutazione del rischio idrogeologico: il CERN

Negli ultimi trenta anni la ricerca scientifica ha fatto notevoli passi avanti nella conoscenza territoriale e nella caratterizzazione dei processi: sono stati approfonditi aspetti connessi con lo sviluppo spazio-temporale dei fenomeni e con le valutazioni di pericolosità.. Anche sotto il profilo tecnologico oggi si dispone di nuovi mezzi conoscitivi e di modellazione.
La valutazione del rischio idrogeologico ha peculiarità ed esigenze diverse rispetto alle valutazioni di pericolosità volte ad altri fini, poiché in alcuni casi occorre valutare gli effetti in termini di danni su un vasto territorio, in altri occorre apprezzare attentamente e nel dettaglio la pericolosità del singolo sito: gli effetti e le stime relative ai terremoti vengono valutati per aree su larga scala; per fenomeni spazialmente caratterizzabili e diffusi, quali le alluvioni e le frane, il rischio varia in funzione di fattori estremamente localizzati.
Il CERN (Centro di Ricerche ed Applicazioni sui Rischi e le Risorse Naturali), costituito dal CNR con IRSA e società specializzate nel campo idrogeologico, ha messo a punto una metodologia per la valutazione dei rischi naturali anche fini assicurativi.
L’ipotesi alla base dell'approccio proposto è che il rapporto tra eventi destabilizzanti (suddivisi per intensità e tipologia) e percentuali di aree destabilizzate (suddivise per suscettibilità al dissesto), rimane sostanzialmente invariato nel tempo, in quanto dipendente esclusivamente dalla natura dei processi (rapporto causa-effetto). La metodologia consiste nell’individuare, all’interno di un’area abbastanza grande nella quale i fenomeni naturali possono essere considerati omogenei e ripetitivi, le relazioni tra pericolosità spaziale e pericolosità temporale.
La scelta dell’area non riveste particolare importanza: se essa è sufficientemente grande (Provincia o Regione) l’informazione storica sarà più caratterizzante; se è omogenea in termini di intensità dei fenomeni attesi la campionatura sarà localmente più rispondente.
La definizione del sistema consente di raccogliere informazioni sulla sequenza storica delle calamità utili a definire il rischio a medio e breve termine, se la sequenza stessa è abbastanza ampia rispetto alla variabilità dei fenomeni (uno - due millenni per i sismici ed i vulcanici, uno - due secoli per quelli idrogeologici e meteomarini).
La prima fase consiste nell'ottenimento del tempo medio di ricorrenza (Tr) degli eventi calamitosi considerati, cui far corrispondere le percentuali di territorio destabilizzato per aree aventi diversa suscettibilità al dissesto (s1, s2, etc.). Il tempo medio di ricorrenza Tr è ottenuto da sequenze storiche sufficientemente ampie rispetto alla variabilità del fenomeno considerato, mentre la suscettibilità “s” è ricavata da “eventi campione” ben documentati.
La seconda fase consiste nel produrre la mappa dei siti, distinti in funzione della diversa probabilità spaziale di dissesto di un sito rispetto ad un altro per ogni singolo fenomeno destabilizzante considerato. Questa fase consente di stabilire la pericolosità locale, collegandola in termini probabilistici ai processi globali che hanno interessato tutta l’area.
Come risultato finale del lavoro per ogni singola cella in cui viene suddiviso il territorio (i), all’interno di un sistema informativo territoriale (GIS), viene indicata la pericolosità (probabilità dell’evento ECXY sull’area) per ciascun evento destabilizzante considerato e la vulnerabilità in funzione di scale codificate dei fenomeni considerati, individuando un rischio specifico svincolato dai singoli immobili, la cui valutazione finale è lasciata alla specifica analisi.
Questa procedura consente una suddivisione del territorio in popolazioni di pericolosità omogenea, dove la singola area alluvionale o franabile, etc., conta poco, ma conta invece come la popolazione a cui appartiene quel tipo di frana o quell’area alluvionale si comporta e quanto dissesto produce globalmente rispetto ad un dato evento innescante.
Allo stesso modo è possibile ottenere una valutazione del danno ipotizzabile se si ricostruisce, attraverso la documentazione storica, l’interazione esistente tra intensità dell’evento innescante (distinto in classi tipologiche) e dissesto territoriale (in termini di percentuali territoriali di “polazioni” coinvolte, cui associare indici di costruito esistenti o ipotizzabili in base allo sviluppo). Tutto ciò sulla base di casi campionati e basandosi su dati oggettivamente riconosciuti ed estrapolabili, all’interno di una modellazione quali-quantitativa.